Italia-Slovacchia: 2-3. Colpa di Lippi o di un centimetro?

Posted on 7 luglio 2010 di

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Il tifoso italiano -ma forse potremo estendere la definizione all’homo italicus in generale – ha due facce: lo scettico e l’entusiasta. Queste due facce coesistono da sempre, spesso in maniera grottesca, dando la possibilità all’individuo di usarne una o l’altra a seconda: o per saltare sul carro dei vincitori o per scenderne e sbeffeggiare chi sta ancora sopra. In questa partita ognuna delle due facce individua una causa differente per la Caporetto della nazionale: lo scettico si scaglia contro Lippi, l’entusiasta dà la colpa ad un centimetro. Di quel maledetto centimetro (o poco più) infatti sporge in avanti il ginocchio di Quagliarella rispetto alla difesa slovacca, in mezzo all’area di rigore dello stadio Ellis Park di Johannesburg al minuto 84. Ma andiamo con ordine.
Il ct Weiss dispone la Slovacchia con un 4-3-1-2: Mucha; Pekarik, Skrtel, Durica, Zabavnik; Strba, Kucka, Stoch; Hamsik; Jendrisek, Vittek.
Lippi cambia per la terza volta il modulo (4-3-3), schierando:Marchetti; Zambrotta, Cannavaro, Chiellini, Criscito; Gattuso, De Rossi, Montolivo; Pepe, Iaquinta, Di Natale. Le novità sono Gattuso e Di Natale dal primo minuto al posto di Marchisio (alleluja) e Gilardino. Iaquinta rimane tra gli 11 titolari nonostante le precedenti opache prestazioni. Mostrerà ancora tutti i suoi limiti.
Il primo tempo è il solito, disastroso. L’Italia fatica a costruire azioni, si sente la mancanza di Pirlo, più volte inquadrato dalle telecamere Rai speranzose di vederlo presto in campo. La prima vera azione è slovacca con Hamsik che solo davanti a Marchetti si ricorda che lo stipendio lo prende in Italia e sbaglia.
I tifosi azzurri che si accontenterebbero di passare anche col pareggio rimangono tutto sommato tranquilli in questa fase. Siamo ancora fiduciosi, del tutto ignari della catastrofe imminente. Ma bastano pochi minuti: è al 25′ che inizia da un disimpegno difensivo sbagliato da De Rossi il calvario della nazionale e dell’intera nazione. La palla intercettata sulla trequarti finisce a Vittek che salta un Chiellini in ritardo e dal limite dell’area beffa Marchetti con un diagonale all’angolino destro. Molti hanno la cupa impressione che Buffon ci sarebbe arrivato. Si penserebbe che gli azzurri a questo punto si mettano ad attaccare come forsennati e invece non riescono neanche a tirare in porta. Lo fanno anzi gli slovacchi quando al 33′ Marchetti è costretto in angolo da Strba. La reazione azzurra si limita ad un tiro debole e impreciso di Montolivo in cui si vede tutta la pochezza di questa nazionale. Quel poco tempo che rimane annota un brutto infortunio al giocatore consonantico Skrtel che perde sangue: Gattuso con la sua proverbiale aggressività gli ha trinciato letteralmente una coscia. Ma Ringhio forse è l’unico che ci mette i tacchetti e il cuore. Il primo tempo finisce così, con un’Italia che non vede l’ora di rifugiarsi negli spogliatoi per farsi infondere da Lippi quel po’ di coraggio che le basterebbe per sconfiggere il modesto avversario. Basti pensare che Vittek, autore dei primi due gol, gioca nel campionato turco nelle fila della sconosciuta squadra Ankara Gocu.
Nell’intervallo Lippi mette faticosamente da parte l’orgoglio e rivoluziona questa squadra allo sbando. Fa uscire il buon vecchio Gattuso e il ragazzino Criscito per dare finalmente un po’ di velocità e concretezza alla squadra: ecco il pendolino Maggio e l’esperto nei gol impossibili Quagliarella. E’ lui la vera soluzione all’irrisolvibile enigma di questa squadra, l’Italia infatti cresce ma troppo tardi. Il napoletano siglerà “quasi tre gol”. Uno bellissimo lo convalideranno, uno è annullato per quel centimetro di fuorigioco, uno fantasma è salvato più o meno sulla linea da Skrtel. Per un quarto d’ora l’Italia con i nuovi innesti non gioca male. Al 10′ prima buona azione: da Maggio la palla va in profondità a pescare Di Natale che tira fuori. Al 10′ inoltre arriva il momento di Pirlo, reduce da infortunio, che sostituisce Montolivo. Ma, ancora acciaccato, nemmeno il tanto atteso Andrea salverà gli azzurri.
L’Italia sembra più rapida e convinta: è Quagliarella che rompe gli schemi avversari. Al 17′ dopo uno scambio con lui, Di Natale va al tiro ma Mucha blocca in due tempi. L’Italia sente l’odore del gol. Al 21′ dopo un’uscita a vuoto del portiere slovacco Quagliarella libero in area prova la conclusione ma il tiro viene ribattuto sulla linea da Skrtel: è una questione di centimetri, solo il difensore saprà mai se la palla è entrata oppure no. Comunque è un’altra Italia, sono le ali della disperazione che suppliscono a quelle dell’entusiasmo.
Ma purtroppo, come spesso accade nel calcio, il destino ha già deciso il verdetto sugli azzurri: eliminazione. Nel momento migliore dell’Italia arriva a stroncarci le gambe il gol degli avversari: cross da destra, Vittek anticipa ancora Chiellini e ci troviamo sotto di due gol. Mezza Italia pensa: siamo fuori. L’altra metà spera ancora, ricordando che la nostra storia calcistica è ricca di grandi sofferenze ma anche di grandi imprese. Sembra ne possa nascere una nuova quando al 34′ l’Italia trova meritatamente il gol: azione innescata ancora una volta da Quagliarella, ribattuto il suo tiro e Di Natale sigla il tap in. Slovacchia- Italia: 2-1.
Il millimetrico fuorigioco di QuagliarellaIn quest’ultimo quarto d’ora gli azzurri tirano fuori lo spirito dei campioni del mondo, ma la sfortuna e l’arbitro ci negano la rimonta.
Al 39′ Di Natale riprende in area un pallone mal disimpegnato di testa dagli slovacchi, scatta in avanti, passa a Quagliarella che la butta con convinzione in rete. Per due, tre bellissimi, brevissimi secondi molti italiani, gli entusiasti, voltano le spalle allo schermo e ululano di gioia abbracciati al primo che capita. Ma poi scorgono la faccia di qualche scettico attorno che ha continuato a guardare lo schermo. Non sembra affatto felice e non è buon segno. Ci si gira e l’urlo si strozza in gola: il guardalinea che tante volte tira sfondoni incredibili stavolta è impietosamente ineccepibile, meglio di una moviola. Ha visto quel maledetto centimetro in avanti del ginocchio di Quagliarella e ha alzato la bandierina: è fuorigioco. Ha l’implacabilità di un boia che aziona la ghigliottina per tagliare la testa ad ogni nostra speranza. Non c’è neanche il tempo di disperarsi che arriva il colpo di grazia: Kopunek, appena entrato, viene servito direttamente dal fallo laterale, sguscia fra tre azzurri in bambola e batte Marchetti. Molti tifosi si allontanano dalla tv sconsolati. Chi stoicamente resta viene premiato dalla prodezza di Quagliarella che al primo minuto di recupero riaccende una flebile speranza con un delizioso pallonetto da fuori area che beffa Mucha e si infila sotto l’incrocio. Gli Slovacchi perdono tempo in modo sfacciato “infortunandosi” ad ogni contatto. Ormai tutti hanno imparato l’italianissima arte dell’arrangiarsi, anche in campo.
Il tempo scorre, c’è spazio solo per un ultimissima azione degli azzurri. Da un fallo laterale la palla arriva con una sponda di testa a Pepe, in mezzo all’area. Tira al volo in scivolata ma la palla se ne va fuori, portandosi dietro la nazionale e con sè tutti i nostri sogni covati teneramente tra la scaramanzia.

E così finisce il nostro mondiale, il peggiore mai disputato: per la prima volta senza la soddisfazione neanche di una vittoria. Ma va fatta qualche precisazione. Non è vero che quella del 2010 è la peggiore nazionale nella storia, come scrivono molti giornali. Nel 1958 non ci qualificammo nemmeno al mondiale, perdendo ben due volte con l’Irlanda del Nord nelle qualificazioni. E’ vero che dopo la partita avremmo volentieri propiziato un macabro rito wodoo contro Lippi, ma adesso il povero Marcello fa quasi pena. I giornali già (giustamente) poco teneri nei suoi confronti prima dell’eliminazione, ora fanno a gara a lanciare i fendenti più crudeli, i colpi più infidi possibili da cui fino ad allora si erano a stento trattenuti – perchè nel calcio non si sa mai.
Quagliarella, il migliore tra gli azzurri, in lacrimeAdesso leggo che non bastano le dimissioni di Lippi, la sua storica figura di emme in mondovisione, il suo addossarsi tutte quante le responsabilità togliendole ad un gruppo di fantasmi sfaticati che invece di dare l’anima in campo restano inebetiti di paura, terrorizzati da squadroni quali Nuova Zelanda e Slovacchia. Cosa dovrebbe fare il povero Marcello? Farsi lapidare da giornalisti e tifosi, morire sepolto sotto lanci mortali di microfoni e vuvuzelas?
Ormai è finita e non c’è nulla da fare. Della storia in azzurro di Lippi rimarrà l’entusiasmante conquista di Berlino e il disastroso Amba Aradam sudafricano. Ma in ogni caso ci pare giusto affermare: meglio un trionfo e un disastro che due onorevoli argenti.
Lippi magari ci renda lo stipendio degli ultimi due anni, come suggerito dal pragmatico Calderoli. Anche se l’attento ministro si scorda forse che con la sua legge “porcellum” ha reso per altrettanti anni ingovernabile il paese (non la nazionale) e non ha reso manco un cent.
Ma comunque, finiamola qui. E’ stata già dura per chi scrive tornare sull’onta azzurra. Tutti hanno voglia di non ricordare. E invece ogni momento i tg sparano le immagini della vergognosa débâcle, in ogni luogo bandiere tricolori e palloncini azzurri sventolano e galleggiano malinconici: squallidi residuati bellici di una timida speranza di vittoria che fu. Tutti hanno voglia di voltare pagina. Tutti ora si aggrappano ai piedi buoni e ai sorrisi sbarazzini del grande escluso, esiliato in luna di miele, Antonio Cassano. Tutti cercano conforto in quegli occhi tristi ma buoni del nuovo comandante azzurro, Cesare Prandelli. Perdere guardando quegli occhi sarebbe senz’altro meno irritante, più poetico che rimirare il sigaro masticato dal pescatore di Viareggio.
O forse no. Anche Lippi, stratega invincibile nel 2006 e salvatore della patria dopo l’europeo, adesso è solo uno sciocco, testardo e presuntuoso da mandare alla svelta in pensione: due volte sull’altar, una volta definitiva nella polvere. Che l’Italia di Prandelli faccia meglio di questi azzurri sbiaditi è assai probabile, che riesca a piacerci è tutta un’altra storia.
Ora come ora poi non siamo sicuri di niente.
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.- scriveva Montale- Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo ciò che non vogliamo: Lippi.
Lippi, dalle stelle alle stalle

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